Lo chiamavano jeeg robot, recensione

Claudio Santamaria, foto di Emanuela Scarpa

Claudio Santamaria, foto di Emanuela Scarpa

Lo chiamavano jeeg robot è una pellicola con un nome familiare che vola con noi nei ricordi dei cartoni animati, senza essere un cartone manga. Tutto genuino italiano, ambientato a Roma per lo più nella periferia di Tor Bella Monaca, narra la storia un solitario rapinatore che in circostanze estreme, per sfuggire alla cattura da parte della Polizia, si immerge nel Tevere e caso vuole viene contaminato da sostanze radioattive.

Nei giorni successivi è ignaro degli effetti decisamente collaterali gli scoprirà dopo inaspettatamente. Cosa faremmo noi se una mattina scoprissimo di essere invincibili? Possiamo fantasticare come Enzo Ceccotti, il protagonista: lo ha fatto e per lui ai confini della legalità si è presentata un’occasione unica insieme ad altri, più cattivi, lo hanno scoperto e lo vogliono sfruttare per i propri fini; Enzo entrerà in un giro più grande: il lato buono, onesto uscirà e si farà strada tanto da far emergere il buono che c’è in lui?

Tanti sono i colpi di scena che si susseguono rendendo questa pellicola bella, intrigante, coinvolgente, di piacevole visione. Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli con la loro recitazione impreziosiscono il film, regalandoci aspetti interpretativi molto interessanti, insieme ad una solida regia e sceneggiatura.

Un mix azzeccato, tutto italiano come purtroppo troppo pochi se ne vedono, che non ha nulla da invidiare alle grosse produzioni d’oltreoceano: ci regala due ore di buona visione, senza essere esagerata o scadente.