Presenti Salvatore Rondello, Daniele Cerri, Pierluigi Sorti, Leo Traversi e Giovanna Tripodi
E' avvenuta ieri la presentazione del libro di Vito Manduca, Rottami eccellenti, contro ogni forma di schiavitù, edizione Ediesse.
Tema del libro è un fenomeno attuale nel mondo lavorativo, aggravatosi con un uso spregiudicato ed a senso
unico della flessibilità: il non uso, lo spreco di risorse umane lavorative dopo i quarant'anni. Spesso tale non uso si trasforma
in perdita del posto di lavoro o in accantonamento della forza lavoro. Il cursus honorum di un lavoratore tipo in Italia è il seguente: si laurea mediamente tra i 27 e i 30 anni, cerca un lavoro, lo trova, spesso precario, arriva ai quarant'anni e l'azienda lo considera vecchio, inutile, da rottamare. E sceglie personale più giovane. La rottamazione, però, non conduce,
come alludono i primi capitoli del libro in merito alla rottamazione di macchine od oggetti vari, ad un riutilizzo di una parte del pezzo buttato, che equivale a dire non si cerca di mettere a frutto almeno una parte dell'esperienza maturata dal lavoratore e delle competenze acquisite.
Il lavoratore viene lasciato andare alla deriva, senza reti sociali che lo aiutino o quanto meno lo indirizzino nella ricerca di nuove opportunità. E non lo si cerca
più, perché considerati non utili. Si potrebbe pensare che l'aver scartato il lavoratore non utile possa portare, almeno, ad
un avvicinamento più rapido verso la pensione o verso forme di lavoro diverso da quello precedente ma comunque utile per la
società civile. No, neanche questo. Il lavoratore rottamato viene considerato inutile per l'azienda ma troppo utile per la società
per poter considerare archiviata la sua pratica lavorativa. Ma non essendoci percorsi che lo aiutino e non essendoci soggetti
che lo ricerchino, dove va a finire il disoccupato? Rottamato. E non basta essere operosi, attivi nella ricerca di nuove opportunità, magari anche preparati sul versante linguistico. Il mercato, e soprattutto la globalizzazione, ha modificato profondamente l'assetto di domanda ed offerta di lavoro, ormai spostato verso quelle aree estere che consentono un più basso profilo salariale, a fronte di una qualità scadente di professionalità. Nello scenario descritto di sfruttamento delle qualità
intellettuali finché sono utili, si inserisce un discorso sociale importante. L'impossibilità di avere la certezza di una certa
stabilità del proprio lavoro, la precarietà perenne che può durare troppi anni, porta con sé due conseguenze fondamentali: gravi problemi di re-inserimento sociale del disoccupato, impossibilità di poter progettare un futuro che non sia solo il giorno dopo. L'effetto risultante, se lo si può riassumere in un sol colpo, è la mancanza di fiducia in un futuro,
l'assenza di una progettualità, l'oscuramento di ogni sogno. Viene a mancare la dimensione del sogno, che è un'importante radice
di speranza verso il domani. Le ricadute sono pesanti e si propagano necessariamente verso il prossimo e verso i propri figli.
L'esperienza di ogni giorno conferma la bontà dell'analisi e della descrizione proposta da Vito Manduca. Alla luce della modalità di eliminazione di ogni discussione attuata dai media nazionali, tale libro sarà ovviamente inserito nella categoria
"libri sovversivi". E invece ricorda ancora una volta una tematica difficile ma essenziale della nostra società, che rappresenta
uno strumento di verifica della sua coesione ed integrità sociale.
Si ringrazia il coordinatore dell'incontro Salvatore Rondello
Intervista a Vito Manduca
Un pomeriggio ci siamo incontrati e di fronte al libro è iniziata una chiacchierata che
riporto, naturale completamento della presentazione.
Legenda:
- M == Vito Manduca
- R == Riccardo Mazzoni
M:
Le conseguenze le vediamo sempre a posteriori. Siamo abituati a ragionare in maniera
di causa-effetto. Il problema è che la conseguenza la vediamo sempre dopo...
R:
Infatti il Machiavelli illustra, nel capitolo XXV del Principe, il problema di
anticipare gli eventi, di prevederli in modo tale da non essere rovesciati
dagli stessi. Problema che all'epoca era molto sentito nelle signorie
italiane: infatti erano dimensionalmente piccole e la possibilità che un
esercito straniero potesse rovesciare la situazione interna, ossia il signore,
era molto probabile.
Solo che, se Machiavelli è un personaggio positivo, crede negli argini, coi
quali si possono contenere le piene del fiume, nelle esperienze descritte nel
libro compaiono delle situazioni per le quali, pur uniformandosi al tempo,
è proprio difficile rimanere sul trono, od almeno sullo sgabello.
E se negli accorpamenti, o nelle multinazionali, l'obiettivo del
profitto è tale per cui si subordinano tutti i possibili restanti obiettivi,
significa che, quando decidono di cambiare, l'uniformarsi non porta ai
risultati previsti dal Machiavelli, sia in termini di felicità personale che
in termini di mantenimento della propria posizione lavorativa.
M:
Penso che la cosa più drammatica sia che, secondo la mia percezione, non si
vogliano le dighe. Oggi sembra che chi detiene potere non si interroga sulle conseguenze
del fenomeno del quale stiamo parlando, ossia della rottamazione di personale dipendente,
che definisco come processi messi in atto da chi detiene il potere per escludere
coloro che non ritiene più utili allo scopo, vedendo le persone non come fine
ma come mezzo per raggiungere il fine del profitto.
Se si diffonde questa filosofia, si attiva un processo ad escludendum
dell'altro, anche dell'altro da sé, anche fra me e lei. Fino ad arrivare al microcosmo della famiglia,
dove la persona che non produce reddito, col fine, attenzione, non di soddisfare
i propri bisogni primari, ma per aumentare ancor di più il reddito altrui,
c'è il rischio che, quando non viene percepito questo tornaconto, l'altro viene
considerato inutile, non mi serve più. Proprio oggi leggevo di un fatto di cronaca. Forse non entra nel
nostro contesto, però: l'ennesimo marito che massacra a martellate la moglie dormiente.
E' un esempio, tra i peggiori, di rottamazione. Le cause potrebbero risalire
ad una cieca gelosia che, portata all'ennesima potenza, non ha portato la persona
oggetto della gelosia ad essere vista come oggetto in quanto tale? E quindi posso averlo
come disfarmene come qualsiasi oggetto di uso domestico, come una bottiglia dell'acqua?
Anche se il fatto accaduto parte da una diversa fonte di sfruttamento, emerge chiara
l'idea di possesso di un oggetto, da usare finché serve. Astraendo, le conseguenze
sociali della rottamazione sono gravi, a livello lavorativo per la rottamazione dei
dipendenti così come dei manager, a livello della famiglia, con il problema di
mettere l'una contro l'altra le generazioni dei padri e dei figli.
R:
Ma comunque si può creare tensione quando la differenza di età tra padre e figlio è tale
per cui, se il figlio ha circa 27 anni, il padre 53-54 anni ed è in zona rottamazione,
mentre il figlio sta per entrare in zona utile per l'azienda, anche se i soggetti non
vivono sotto lo stesso tetto. Una persona di 53 anni è ancora giovane per i nostri standard
di vita, è ancora utile per la società, ma viene buttato via, ed oltre al problema
economico, si crea un problema a carattere psicologico di confronto. Anche se il figlio cerca
di non dimostrare o di rendere troppo evidente tale stato.
M:
Sicuramente, si sviluppa gelosia, si sviluppa tensione che può sfociare in atti come
quello di cronaca prima citato, anche se non rientra nelle categorie da noi proposte.
La rottamazione si sviluppa, secondo quanto ho scritto nel libro, verso le cose (umanofatti), che
quando non mi servono più li devo collocare in qualche luogo; verso le piante ed animali; l'uomo.
Le tre forme di rottamazione hanno tre gradi di importanza diversi. Per il primo caso, si tratta di capire come metto
in atto le forme di rottamazione, come tento di utilizzare dei pezzi se potranno essere utili, oppure trasportarli ad
un deposito che non comporti danno all'ambiente circostante. Non come un esempio tratto dalla Cina, dove si rottamano i
PC e gli uomini che stanno dentro!
Per quanto riguarda la seconda categoria, ad esempio, perché devo andare a caccia di animali se poi posso
andare in una banale macelleria e comprarli? Ma se arriviamo all'uomo, l'unica rottamazione che riesco
a pensare è quella post-mortem. E lo cito nel libro, dove mi diverto macabramente!
La chiamo archiviazione.
R:
Archiviazione è un bel termine. In informatica significa che l'informazione contenuta in uno o
più files viene presa e memorizzata in un supporto e messa da parte, come memoria storica perché
ormai non più utile. E spesso, dopo tanta polvere, si buttano. Ed indica pertanto il gesto di
rimuovere, di togliere da un certo contesto perché di ingombro.
M:
Però se applichiamo tale concetto non al dopo ma al prima, agli esseri viventi, agli umani,
penso si possa utilizzare, anche se il termine è forte, la parola pulizia etnica.
Allora non c'è limite. Ora parliamo del sociale, non certo del biologico. Però il passo è
breve.
R:
Passando ad un caso concreto come quello del lavoro dipendente, spieghi perché si
agisce sul fattore umano piuttosto che sui processi produttivi, eppure su di essi si potrebbero
avere, sia nel medio che nel lungo periodo, effetti benefici strutturali permanenti.
M:
Il tagliare sui fattori di produzione più agevoli, ossia le materie prime e la manodopera,
è una visione molto miope ma molto incisiva ed immediata. Se spendo 100 per i lavoratori e
50 mi viene da un gruppo di quarantenni, basta che mando via questi, oppure riduco il loro stipendio e
il bilancio dell'anno lo ottengo. Poi il prossimo anno si vedrà. Nel frattempo ho creato un
effetto diverso da quello che dovrebbe essere la mia mission di imprenditore: creare beni servizi
grazie ad un forza lavoro che si arricchisce insieme a me (ma sempre meno di me!).
Il problema è quando tale azione del singolo, che non risulterebbe così colpevole,
diventa sistema, per altro favorito dalla collettività come, ad esempio, i contributi all'esodo dalle
aziende. Il fenomeno diventa di massa e apparentemente sembra che nessuno ne soffra.
Il personale dipendente prende forti buonuscite oppure prende la
cassa integrazione lunga, come proposto da FIAT qualche giorno fa. Si immagini un dipendente
di 50 anni, che prende una cassa integrazione di 10 anni. Vivere di cassa integrazione
significa che in città passa il tempo a fare....cosa? Follia, anche se possiede reddito. Negli anni in cui
la cassa integrazione era molto in voga mi risulta che ci sono stati diversi suicidi nei primi tre,
quattro anni. In generale, ottieni come effetto quello di avere in casa persone che girano senza
scopo e si avvitano intorno al coniuge ed ai figli.
R:
E per la famiglia l'effetto della rottamazione è immediato, tanto quanto la rottamazione stessa.
Nel corso dei successivi cinque anni, con l'allargarsi del fenomeno, gli effetti sociali diventano
manifesti. A conferma di ciò, le ultime statistiche diramate dall'ISTAT attestano un aumento
delle violenze domestiche soprattutto al Nord, luogo nel quale è maggiore l'industrializzazione.
M:
Ora per rimanere al tema, se negli anni '70-'80 il fenomeno della rottamazione di lavoratore dipendente aveva il
fenomeno prima descritto, cassa integrazione, licenziamento, esplosioni in famiglia, nel contempo
nella famiglia il giovane incominciava ad avere una speranza di reimpiego, ricominciava il ciclo.
Ora siamo arrivati, con il conforto dell'evidenza quotidiana, al paradosso che il quarantenne-cinquantenne
diventa flessibile nel senso che, obblighiamo allo spostamento in avanti dell'età pensionistica,
intanto eliminiamo la pensione di anzianità e poi consentiamo il super bonus: ma non è quella la strada.
Perché si premia chi sta bene, chi ha capacità negoziale in azienda, depauperiamo le casse dell'INPS.
Ora il giovane, rispetto a 20 anni fa, non ha neppure la prospettiva immediata di sostituirsi al genitore.
Della certezza del lavoro. Non come posto fisso, come minestra sicura. Ma la società chiede un'alta
specializzazione senza però consentirmi di esercitare durevolmente tale lavoro, è un paradosso.
R:
E pensiamo a tutti quei ricercatori universitari........
M:
E si crea la situazione nella quale non sono i giovani ad essere il bastone della vecchiaia dei propri
genitori ma sono quest'ultimi ad essere i bastoni della loro giovinezza! E se si interrogano i giovani
sulla loro percezione del futuro la risposta è: non lo so!
R:
Infatti Machiavelli lo inserisco proprio in questo, perché parla al principe, che è un singolo.
E tale singolo deve trovare la forza per non essere schiacciato dagli eventi. Ora, egli propone
un suo metodo, oltre alla costruzione degli argini: quello di uniformarsi al tempo e capire i mutamenti
in anticipo. Il punto fondamentale è che noi giovani questa percezione la possediamo già,
sappiamo a cosa andremo incontro, ma non troviamo un modo per uniformarci al nostro tempo!
Machiavelli non sembra applicabile in questo caso. Infatti egli ritiene che la conoscenza di ciò
che mi potrà accadere rappresenti di per sé l'antidoto, riesca a contenere gli eventi ed andare avanti.
Noi giovani siamo nel futuro, lo vediamo ma non riusciamo a costruire una strada nel presente che
risulti consona, concorde col tempo.
M:
E perché? Perché tutti noi siamo inseriti in un sistema dove è presente una gerarchia di poteri.
E più si sale e più domina il senso d'impresa. Quello che dicevamo prima. Se i governi ritenuti
più illuminati, ossia eletti dal popolo, democraticamente, hanno instillato questo concetto e quindi la nazione diventa
impresa, il continente diventa impresa, torniamo al punto di partenza.
L'AD di un'impresa, delle sacrosante battaglie per l'orario flessibile e per la mensa, ma cosa gliene
importa? Deve chiudere il bilancio a fine anno, e deve registrare un incremento.
La maternità, i diritti, il senso della nuova flessibilità come deregulation, se il fine ultimo è
l'incremento sul bilancio inteso come unico valore, dato che di per sé non rappresenta scandalo ed anzi
è necessario, allora lascio sulla strada che mi porta all'obiettivo una scia di cadaveri.
R:
L'adattarsi non basta più, il problema è che non serve arginare il fiume perché manca proprio esso!
Il fiume è stato dirottato da un'altra parte e si costruiscono degli argini su un percorso che non sarà
suo e non solo, non ti lasciano andare verso la nuova zona dove passa il fiume.
M:
Pertanto serve ricostruire il fiume.
(articolo pubblicato il 16/12/2005) |