Gabriele De Stefano e l’arte destrutturata

Il pittore (a dx) all'inaugurazione con gli editori di Woman&Bride, foto stampa

Il pittore (a dx) all’inaugurazione con gli editori di Woman&Bride, foto stampa

Roma. Al Tilù Fashion factory un vernissage interessante e simbolico con l’artista Gabriele De Stefano involontario rappresentante dell’arte contemporanea.
Il 13 Giugno sono state esposte oltre 70 opere pittoriche ed una scultura dell’artista calabrese trapiantato in Amazzonia, incentrate nelle tematiche dell’amore, della felicità, del contatto con la natura che un ambiente così particolare come la foresta brasiliana ispira ed ha ispirato nel corso degli anni.
Quadri estremamente colorati, dove gli animali sono sempre presenti con riferimenti ironici ed antropomorfi.
Della tecnica studiata nei grandi pittori si nota l’uso di Modigliani, Matisse, il Cubismo, rielaborati in maniera personale, così da non dover catalogare De Stefano se non solamente con la sua arte.
Questo pregio, unito ad un’ironia molto marcata, rendono le sue opere pienamente appartenenti all’Arte, non a tentativi mal riusciti e mal posti di nuove forme d’espressione, così come purtroppo viene da constatare girando per gallerie. Volendo astrarre, De Stefano è un ulteriore segno della nostra epoca.

Perché guardando Innocenzo X del Velasquez alla Galleria Doria Pamphilij troverò sempre particolari nuovi ed universali, mentre un’opera anche di De Stefano assumerà una portata più limitata? Certamente il gusto non si discute e molti visitatori avranno riscontrato il contrario. Ma anche questo aspetto aiuta a definire il rapporto problematico che abbiamo con l’arte in questo inizio di XXI°, probabilmente di lunga gittata.

L’estetica occidentale ha perso quel valore di funzione sociale inserita in un contesto da clan. Si badi bene, anche le mode attuali: infatti sono falsi tentativi di creare clan per scopi puramente commerciali.
L’arte africana, ad esempio, non assume queste caratteristiche: l’elemento simbolico rappresentato dalle opere, ad esempio le statuette votive, è inserito in un clan dove si omaggiano gli antenati, dove gli spiriti anche animali sono rappresentati ed ai quali si fanno offerte affinché si possano ottenere risultati propizi principalmente nell’agricoltura e caccia, in una simbiosi con la Natura. E vive oggi senza alcun contrasto con la realtà, cambiata anche in quei luoghi.

L’arte romantica: un Friedrich rimane evocativo così come La zattera della medusa di Gericault. Parlando di naufragi si possono connettere molteplici piani simbolici, non arrivando l’opera a consumarsi.
Qual era il clan? Qui il discorso varia di poco: la Mitteleuropa attraversata dalle guerre napoleoniche e dalla ventata di libertà della Rivoluzione francese ed un’altra componente etichettabile come universale, ossia capace di comunicare anche a noi oggi. La prima componente è ormai morta, rimane la seconda: e rende queste opere immortali. Parlano dell’uomo, di situazioni umane. Così, anche in Innocenzo X si troveranno sempre nuovi particolari, perché parla del potere e della sua rappresentazione umana.
Quell’Occidente usava queste opere per rappresentarsi. E soprattutto le capiva. Oggi è diverso: si usano opere legate al consumo. Distruggono e si distruggono, non lasciando tracce. Come caratteristica, si devono consumare rapidamente, avendo una quotazione di mercato, con annessa speculazione.

Se l’obiettivo è rendere profitto, trasformando l’artista in un’azienda, il segno di De Stefano consiste nella reazione a questo sistema: confeziona da sé le opere e mettendole sotto braccio le vende di persona, come gli artisti di una volta. Però, come tale lo relaziona al sistema descritto. Infatti, di fronte alla sorveglianza delle case d’arte realizzata tramite il commercio, l’industrializzazione delle opere, con curatori che determinano i valori in campo per puri intenti speculativi, l’artista trova la sua nicchia, che è un contesto di mercato anch’esso. E su questo la maggioranza dei visitatori lo appoggia, relegando Velasquez all’angolo.
Eppure, siamo di fronte alla medesima medaglia della quale il pubblico vede la faccia allegra, scanzonata, ma pur sempre nel medesimo contesto.

Sarà possibile rompere gli schemi?

Guardando l’estetica proposta dal pittore, si nota un cromatismo ben equilibrato ma l’intera opera risente delle influenze di quel contesto di mercato dell’arte che combatte. Facilità di espressione, di comprensione del soggetto, temi generali ma non universali come la Natura, non declinati per permanere nel tempo.

In attesa che si modifichi il sistema economico e la conseguente rappresentazione artistica, bisognerà che gli artisti proseguano nella valorizzazione dell’originalità di sé, del proprio percorso di vita: un elemento importante per cambiare l’Arte è l’aver vissuto profondamente.