Una donna di Dayan, foto di Rodolfo Mazzoni

Una donna di Dayan, foto di Rodolfo Mazzoni

Roma. Silvia Dayan è un’artista argentina legata profondamente alla cultura ebraica. Espone al RistoArte di via Margutta i suoi quadri nello stile pop rivisitato, reinterpretato così come lo richiede la nostra epoca. Ritratti di donne ma anche notizie arruffate nella carta di giornale, per indicare il caos frenetico di parole che così perdono significato. Nel nostro breve dialogo parliamo di autenticità, percorrendo insieme la strada tracciata da Pier Paolo Pasolini anni fa.

 

Lei ricerca nelle sue opere pittoriche l’autenticità dell’espressione corporale: per lei esiste ancora? Non è stata distrutta dal marketing, dai social network, dalla televisione?

No perché io non la cerco in tutte le persone, io la cerco in poche persone, in quelle con le quali parlo e lo riscontro. Prima parlo, poi le guardo. E allora, quando muovi gli occhi allora incomincio a parlare, però prima voglio sentire. In molte persone non riesco a trovare il linguaggio del corpo. Proprio per questo dipingo una donna così, che sia autentica, con anima. Questa è l’autenticità.

E quindi ancora esiste?

Sì, tante persone io conosco in Israele, in Argentina, per me esiste. E se dopo scopri che non era vero, è come un matrimonio: tu credevi che fosse eterno, poi finisce. Quando accade, non butto via quanto ho creduto, non lo uccido. Ho vissuto e sono contenta di aver vissuto. La stessa cosa con i quadri. L’autenticità esiste nel linguaggio prima di tutto, anche lì lo devo guardare.