Un sogno chiamato Florida, recensione

Un sogno chiamato Florida, foto stampa

Un sogno chiamato Florida, foto stampa

In una di queste costruzioni, chiamata Magic Castle, abita sotto la soglia della povertà la giovane Halley con la figlia Moonee. E intanto la mamma cerca di raggiungere la fine del mese con mille espedienti, sempre al limite della legittimità, mentre la figlia, congiuntamente agli amichetti Scooty, Dicky e Jancey, trasforma quella realtà fatiscente vivendo ogni giorno come se fosse un avvenimento, tra scorribande negli edifici fatiscenti e nuove inventive per sbafare gelati ai pedoni.

Le tre simpatiche furfantelle risiedono in quei orribili motel vivacissimi ma miseri che popolano i sobborghi della Florida, e i genitori dei bambini non hanno un lavoro fisso, vivacchiando alla giornata. Non sono madri pervertite, perché seguitano a volere bene ai propri figli e qualcuna si adopera per tenerli lontani dagli azzardi, dalla perdita di onorabilità, alle quali loro stesse sono giornalmente obbligate.

Ma Halley, la giovane mamma di Moonie, cammina pericolosamente lungo il confine fra legalità e crimine, fra rispetto di sé e perdita di ogni decoro.

Un sogno chiamato Florida trova il modo di parlare delle incognite della società con genuinità ed integrità, proponendo una considerazione non superficiale sulla realtà di chi vorrebbe una vita da favola, limitandosi però ad osservarla da distante, chiusi in un mondo in cui sognare un futuro migliore sembra ormai difficilissimo.