Polansky in pelliccia

Una scena del film con Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric, foto stampa

Una scena del film con Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric, foto stampa

Nuovo film per Roman Polansky: Venere in pelliccia. Presentato nello scorso Festival di Cannes, esce nelle sale italiane il 14 Novembre. Rispetto a Carnage, il regista opera una estremizzazione dell’ambientazione, ridotta ad un palcoscenico di teatro e due soli attori, sua moglie Emmanuelle Seigner ed il suo grande amico Mathieu Amalric. Quest’ultimo possiede una forte somiglianza con il regista tale da far pensare ad una lontana parentela. I due interpretano rispettivamente Vanda, attrice in cerca di una parte che risponde ad un annuncio di provini di Thomas, regista ed adattatore che fino al suo arrivo non ha trovato una degna interprete per un ruolo nel suo spettacolo, adattamento di un libro di Von Sacher-Masoch.

Polansky racchiude in un solo film, in soli 96 minuti, tutta la storia della cultura occidentale dall’antica Grecia ai giorni nostri, comprendendo anche la sua personale cinematografia, dal Coltello nell’acqua fino al presente film. Sono innumerevoli i dettagli e le strutture che si comprenetrano l’una nell’altra, obbligando lo spettatore ad una presenza in sala estremamente attiva e dinamica mentalmente, certamente non un film d’evasione. Piuttosto che proporvi una lunga descrizione, vi elenchiamo con una breve spiegazione gli elementi che compongono la complessa trama del film:

  • la suoneria del cellulare di Thomas: è ricorrente il tema dell’Olocausto in Polansky, qui viene solo accennato con la Cavalcata delle valchirie di Wagner. Infatti è nota l’avversione dei reduci dei campi di concentramento nazisti verso il compositore tedesco, mandato a tutto volume spesso in quei tremendi luoghi; in Woody Allen ricorre altrettanto il tema ma in versione freddura;
  • “pensavo che i tedeschi ci avessero invaso nuovamente”: è una battuta di Thomas, ulteriore rimando storico sia verso la Polonia, invasa dai nazisti nella seconda guerra mondiale, sia verso la Francia, in lotta per tutto l’Ottocento e larga parte del Novecento verso la Germania;
  • le domande e considerazioni di Thomas riguardo i giovani d’oggi e le loro manie: come in Woody Allen, anche il regista polacco parla attraverso i suoi personaggi. Thomas è in molti momenti, come nel presente caso, Polansky stesso che parla a noi tramite il film, esponendo le sue teorie circa la società occidentale, i suoi rapporti con il consumismo, nella classica accezione marxiana dell’analisi della struttura e sovrastruttura;
  • la lotta tra Vanda e Thomas: la guerra psicologica, la tortura psicologica, il resistere ad una pressione esterna ostile ha segnato la vita di Polansky e viene riproposta in molte versioni, qui in un rapporto tra vittima e carnefice che si ribalta, seguendo il percorso di Von Sacher-Masoch;
  • perché tutto deve ricondursi ad altro“: è una frase pronunciata da Thomas durante un confronto culturale con Vanda. E’ un momento di meta-cinema: un personaggio durante lo spettacolo si interroga, o propone interrogativi, allo spettatore che segue lo stesso spettacolo, invertendo l’ordine naturale di visione. Qui, anticipa proprio al giusto momento, alla Hitchcock, il pensiero dello spettatore: a cosa rimanda questo film? Dove ho visto queste cose? Il regista voleva dire questo? E’ naturale che accada, pertanto caro Polansky sarà sempre così. Certamente l’esagerazione di queste analisi è da condannare, va però ricordato che nulla di nuovo viene creato e che ormai la musica, il cinema, il teatro è rielaborazione, anche profonda, di quanto già accaduto;
  • l’amore per il teatro: tutto il film è ambientato in un teatro, non pochi sono i rimandi a L’ultimo metrò di Truffaut, per questo viscerale attaccamento da parte di questi registi europei nati prima della 2a guerra mondiale al teatro, al palcoscenico, all’odore che esso emana; rispetto al capolavoro del registra francese, qui la politica non entra, è un’analisi psicologica;
  • la trasformazione del personaggio maschile in femminile: identico all’Inquilino del 3° piano, la realtà esterna ti muta e non puoi resisterle. Sembra un riferimento autobiografico.

Ne sono stati citati alcuni di passaggi chiave, di strutture co-esistenti. In generale, il film sembra dire che l’oscurità di certi argomenti modificano la persona che li studia, dove la forza di alcune azioni si mostrano nel lungo periodo. Forte è l’ammirazione per le donne, viste come più forti degli uomini nei giochi psicologici, nell’intimità: una visione intellettuale sicuramente vera ma che si scontra con la realtà fatta di violenza. Prima dell’intelletto arriva la forza muscolare, anche se Polansky non nasconde la presenza di forze dionisiache più potenti della ragione: qui sembra dare un punto a favore della teoria di Nietzsche in La nascita della tragedia dallo spirito della musica. Di fatto, riconoscendo alla cultura greca un primato: l’aver scoperto queste forze, rimaste immutate nel corso dei secoli.