Recensione di Scusa ma ti chiamo amore

Locandina del film, foto stampa

Alex bellissimo trentasettenne, lasciato dalla sua storica fidanzata Elena. perde la testa per una ragazza di vent’anni piu’ giovane di lui: Niki (l’esordiente Michela Quattrociocche), L’incontro con questa ragazza, avvenuto mentre lui guidava, scontrandosi con il motorino di lei, cambierà la vita al pubblicitario. Lei bella, dolce, simpatica, intelligente, ma decisamente troppo piccola.
Il divario aumenta quando viene a galla che lei frequenta l’ultimo anno di liceo e, come una normale adolescente, vive ancora con i suoi. Elena però ritorna allo scoperto, dichiarandogli la sua volontà di volerlo sposare, ed è crisi…

Moccia, ormai esperto nel campo, conosce i modi per arrivare ai cuori dei suoi lettori, e stavolta ha deciso di meritarsi la regia di un vero film, toccando cosi’ anche i sentimenti degli spettatori in sala.
Il filone che segue è da sempre ormai, quello giovanilistico, filone che continua a portargli un gran successo. D’altronde non potrebbe che essere cosi’ se si pensa che affianco alla penna di Moccia, messo da parte Scamarcio, c’è il bellissimo e bravissimo Raoul Bova come protagonista maschile, diretto decisamente male, ma che nonostante questo, rimane il sogno di ogni donna.

Nel film si parla di una Roma bene dei quartieri alti, Roma vera solo in parte dove tornano continuamente riferimenti ai suoi precedenti libri passando in immagini che si riferiscono a lucchetti o a scritte sui muri dei “tre metri sopra il cielo”, una Roma fatta di soldi e di benestare quotidiano che coinvolge tutti, dove si ha voglia di rompere la noia di ogni giorno, attraverso tradimenti di coppia continui.
Il mondo degli adulti sembra quasi una macchietta, strana rappresentazione da parte di un uomo che ne fa parte. L’idea è che il film sia la rappresentazione cinematografica di una storia televisiva dal finto romanticismo. Irritante la voce fuori campo del bravissimo doppiatore, ma soprattutto, scomodati poeti come Neruda , Shakespeare ed altri, che se potessero parlare…

Questo è il contesto in cui si muove Moccia. Le migliaia di adolescenti affezionate “ci cascano” cosi’ davanti alle immagini e a quelle parole alla Moccia. Il problema è riuscire a coinvolgere un pubblico di adulti: la sceneggiature risulta piu’ banale del suo solito, la regia lo è ancora di più.

Probabilmente il rivolgersi ad un pubblico giovane è l’unico interesse di Moccia, sperando che non restera’ loro la delusione nel momento in cui non faranno piu’ parte di quella fase di crescita dove si incomincia a capire che un Raoul Bova è difficile da trovare nella vita, oltre lo schermo.