Midnight in Paris, recensione

Una scena del film, foto stampa

La grandezza di Woody Allen è quella di un intellettuale della MittelEuropa vivente che ha saputo attraversare epoche differenti culturali con grande brillantezza, avendo ancora oggi la forza di scrivere sceneggiature solide mostrando una versatilità che ormai non esiste più. E’ raro poter sapere che esiste in questo momento un artista che racchiude in sé diversi stili e che può mostrare col suo stesso lavoro una longevità non solo cinematografica ma anche filosofica, divenendo esempio di come si possa gestire una carriera ben al di là dei soli fini economici.

Midnight in Paris conferma questo, con attori di primo piano che offrono un’interpretazione cangiante di un sogno e di una malinconia di un’Europa forte, bella e ricca di dinamismo.

Un film romantico nel quale si intrecciano le storie di una famiglia e di due fidanzati che vivranno esperienze uniche nella Parigi che tutti sognamo. Anche se è la riproposizione delle immense possibilità che la vita ci offre, e che se le avessimo sfruttate saremmo stati ben altre persone, Allen coglie l’occasione per riproporre il meglio della cultura della sua epoca e di quella Europa che non c’è più, approfittando per inserire le sue solite freddure yiddish.

Marion Cotillard si conferma ancora una volta una presenza femminile importante per ogni film nel quale ha partecipato. Rappresenta la Musa ispiratrice che ogni artista ha avuto ed è un giusto omaggio ad un ruolo estremamente importante nella crescita di un’artista: non sempre il contesto storico ed artistico sono gli unici due motori per un artista.

Ottima Rachel McAdams che interpreta Inez, la fidanzata del protagonista Gil, interpretato da Owen Wilson. Reso alla perfezione Salvador Dalì da Adrien Brody, che ormai non stupisce più in fatto di eleganza interpretativa e duttilità. Nota deludente Carla Bruni, che non riesce ad entrare in sintonia col film, anche i colori delle sue scene tradiscono .