Miss Violence, Leone d’argento a Venezia

Una scena del film, foto stampa

Una scena del film, foto stampa

Roma. Miss Violence di Alexandros Avranas ha vinto il Leone d’Argento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il 70°. Coppa Volpi al miglior attore, Themis Panou. Perché mai così tanti premi?

La giuria veneziana probabilmente ha voluto premiare l’architettura del regista, coadiuvato nella sceneggiatura da Kostas Peroulis, che nella storia di ordinaria violenza domestica, dove il padre della famiglia (Themis Panou) picchia la moglie e fa prostituire, a vari livelli di violenza, le figlie e le nipoti, ha voluto trasfigurare una situazione politica. Questo aspetto, il film come allegoria della situazione politica greca ed in generale di quelle nazioni europee sottoposte al controllo della Troika, è stato notato in modo acuto in conferenza stampa da parte di una giornalista, che ha individuato questi simboli:

  • le porte di una casa: rappresentano, a seconda del contesto, la chiusura verso una richiesta d’aiuto; la chiusura alla vista di un luogo dove compiere la violenza; la loro assenza una volontà di guardare dentro, come un’occupazione. Pensandolo in chiave politica, diniego degli aiuti economici; la riunioni ai vertici che hanno deciso le manovre lacrime e sangue; il controllo internazionale che piomba all’improvviso in una nazione e decide a prescindere dalla volontà del popolo espressa dal proprio Governo;
  • il padre: è la personificazione della Troika, che decide ed impone con violenza le proprie direttive alle nazioni;
  • i figli: sono le nazioni europee con procedura d’infrazione in atto od aiuti ricevuti;
  • la televisione: proietta documentari di natura in tedesco, per il regista indica il fatto che ci vorranno tutti parlanti la lingua germanica;
  • la violenza sessuale: l’estrinsecazione del potere in sé.

Questo porta a considerare Miss Violence collimante con Salò o le 120 giornate di Sodoma. Probabilmente è questo il motivo per il quale ha vinto questi premi: la trasfigurazione della violenza del potere, senza quell’analisi delle sue varie forme come nel film di Pasolini. Durante la proiezione non è emerso chiaramente questo intento, rimane molto debole il segnale e non lo si capta facilmente. Tant’è che solo ad una giornalista è venuta in mente questa struttura la quale mette a posto tutti gli elementi in modo perfetto. Questo lascia un senso di obiettivo mancato per poco, come nel golf accade quando arrivi vicinissimo alla buca senza centrarla. Il regista ha dichiarato che voleva evitare un film troppo intellettuale ma se per capirlo è necessaria questa struttura, di fatto si è andati in un eccesso di intellettualismo.