Roma. Fino al 14 Novembre z2o Project presenta Quasi ombra, la prima mostra personale di Luca Moscariello, nei suoi spazi a Via Baccio Pontelli 16.

La mostra è accompagnata da un testo del critico Saverio Verini e si sviluppa attorno alla percezione e alla possibilità della pittura di mettere in crisi il confine tra realtà e artificio.

Nelle opere più recenti, le venature del legno e sottili segni lineari diventano elementi centrali di questo gioco percettivo. La superficie lignea viene osservata, scomposta e ricostruita attraverso una pittura contraddistinta da uno spaesante effetto iperrealistico.

Quasi ombra nasce proprio da questa ambiguità, da immagini plausibili e insieme fittizie, capaci di mettere in dubbio ciò che vediamo. Le ombre che attraversano le opere appaiono coerenti e verosimili, ma restano artifici pittorici: quasi ombre, appunto, sospese nello scarto tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere.

Abbiamo avuto l’onore di poter parlare con l’artista, approfondendo le tematiche esposte.

-Ho analizzato sia la revisione critica del curatore, che le sue opere: c’è un aspetto di tridimensionalità che rimanda alla scultura. Ho notato però che le sue opere richiedono una visione frontale: una scelta o una necessità di non poter adattare la scultura nella pittura?

E’ una scelta, probabilmente rimanda ad un mio retaggio quasi bizantino, che appartiene alla mia storicità.
Quindi, in qualche modo se la si vuole considerare, per approfondire come sguardo, una iconologia di frontalità che risente di una spazialità che la annulla, ma anche in qualche modo la contempla. Quindi, è certamente un punto di vista frontale che però nega se stesso, allude ad uno spazio che non c’è. Come giustamente indica anche lei, quel punto di vista come focale unico mi dà la possibilità di ingannare la percezione.

-Pertanto possiamo considerare questi pannelli di legno come grandi tasselli di un mosaico?

Sì, ho anche pensato al mio lavoro anche come un fatto rizomatico. In qualche modo si possano innestare fra di loro, anche una consequenzialità: perché di fatto il gesto che allude ed illude di essere un legno in un qualche modo può propagarsi e diventare un unico supporto. Di fatto credo siano una sorta di cesellature, di formelle, richiamando quella tradizione alla quale mi rifacevo prima.

-Per quanto riguarda la gestione della spazialità, queste nature morte nelle loro forme vanno a riempire lo spazio del quadro in una maniera che appare già completa, pur lasciando tantissimo spazio. Com’è la sua gestione dello spazio all’interno del quadro?

E’ la necessità di riuscire a lavorare per sottrazione. Lo spazio che si viene a creare è un perimetro, circoscrive uno spazio vuoto e lì avviene quello che mi interessa: come questo spazio viene interpretato.
Vorrei che si aprissero una serie di speculazioni, di carattere soggettivo. Lo ritengo assimilabile, oltre a quanto descritto, ad una visione orientale. Questi spazi vuoti tendono ad essere riempiti con la lentezza, rallentare questo tipo di fruizione che accade all’intero di un perimetro che altrimenti non si spiega, dato che non ha una raffigurazione esplicita.
All’interno di una ipotesi, avvengono varie dinamiche che sono secondo me di ordine soggettivo. Lascio che sia il fraintendimento l’avvio dell’indagine all’interno di questo perimetro.

-Sicuramente non si può fraintendere il colore, questo lo rende Europa: è un motivo di attrazione, in contrasto con l’Oriente e l’estremo Oriente che tendono ad essere bicolori o monocolore.

E lì lei ha usato una parola che ricorre nei miei pensieri, che è: attrazione. La mia volontà è quella di presentare il colore in una modalità che vuole essere attrattiva e persuasiva. Così, si può iniziare quella indagine che concorre a creare il supporto, prerogativa questa occidentale.