Civiltà perduta, recensione del film

Una scena del film, foto stampa

Una scena del film, foto stampa

Il film Civiltà perduta, tratto dal bestseller The Lost City of Z di David Grann, narra l’incredibile storia, costruita su fatti veramente accaduti, di un esploratore Percy Fawcett (Charlie Hunnam) che negli anni 20 svanì nel cuore delle foreste tropicali amazzoniche. Siamo nel 1925, il mitico esploratore anglosassone Percy Fawcett si avventura in Amazzonia, alla ricerca di un’antica civiltà, l’abbagliante impero di El Dorado, con lo scopo di fare uno dei ritrovamenti più rilevanti della storia. Dopo aver catturato l’attenzione di grandi quantità di persone in tutto il mondo, Fawcett trascinato dal figlio, determinato anch’esso a provare che quest’antica cultura, da lui rinominata Z, esiste davvero o è esistita. Ma tutta la missione svanisce poi nel nulla. Il film è anche La storia di una visione che si muta in ossessione, quella di un uomo che affronta peripezie impensabili, l’indifferenza della comunità scientifica, terribili inganni e anni di separazione dalla propria famiglia. Un’ossessione alimentata dalla passione, che muterà per sempre la vita di questo audace esploratore spintosi forse troppo oltre i limiti del consentito e del conosciuto.

Forse, la storia interessante alla fine è quella di Nina, la moglie di Percy, espressa da una Sienna Miller che non solo è sempre più attraente ma è anche brava: immensamente più di Hunnam, forse anche più di tutti gli altri.

Non solo l’interprete più brava, ma anche il personaggio più reale, più articolato, più meritevole. Quello di una donna vigorosa, forse anche troppo, capace di vivere di fronte al suo tempo per l’audacia e la risolutezza con cui lotta per i suoi diritti, e che si fa carico di tutto ciò di cui il suo consorte non si cura: i figli e il loro sviluppo; la famiglia e la sua compattezza.

Un film ripetitivo, noioso, che attira l’attenzione solo con l’ottima fotografia, i paesaggi e la colonna musicale.