Hugo Cabret, un film diabetico

Hugo Cabret di Martin Scorsese ha registrato un buon incasso nelle sale italiane e molto buono in USA. Un film che vede la presenza di un cast nutrito con Ben Kingsley, Sascha Baron Cohen, Cloe Grace Moretz e Jude Law racconta ben tre favole all’interno dello stesso racconto. Il riscatto del giovanissimo protagonista Hugo Cabret, il classismo della società francese del primo dopoguerra, ancora legata evidentemente all’Ottocento, e il sogno del cinema nelle stesse corde del film Splendor di Ettore Scola, del quale segue con precisione la sua tematica.
Vi è tutto il bagaglio ideologico del regista italo-americano, dal riscatto sociale alle inquadrature d’effetto che devono seguire il personaggio, dalla magia che deve impermeare l’intero racconto alla teatralità dei personaggi unita ad inquadrature ruvide.

Non eccezionale la visione in 3D che non regala particolari emozioni, la storia di riscatto unita alla nostalgia di quel cinema là, dei primordi, dei Fratelli Lumiere e delle prime pionieristiche produzioni, avvolge di zucchero tutta la visione, con dialoghi non all’altezza del regista premiato Oscar. Un film diabetico, che si allinea alla magniloquenza iniziata da Scorsese con Gangs of New York, segnale d’inizio della gigantizzazione delle scenografie, degli obiettivi artistici ed ideologici del regista. Un effetto Mahler: allungare a dismisura la partitura con effetti incontrollabili.

Hugo Cabret con il padre, foto stampa